Per le imprese dell’ICT in Italia il mercato della Pubblica Amministrazione ha una doppia valenza. Rappresenta infatti un grande bacino di offerta qualificata e, nello stesso tempo, costituisce uno dei possibili driver di sviluppo del sistema economico, in termini di modernizzazione dei servizi che la PA deve rendere per migliorare il contesto nel quale le imprese agiscono.

Come fornitore e come cliente, le imprese hanno tutto l’interesse a interagire in maniera fluida, efficiente ed efficace con la PA, qualificando la domanda che proviene dal settore pubblico e offrendo soluzioni in grado di soddisfare i bisogni del government nei processi di modernizzazione. In questo ambito, la digitalizzazione riveste oggi un ruolo strategico agendo come fattore di riduzione dei costi e dei tempi di erogazione dei servizi, e come elemento centrale per gli obiettivi di competitività delle imprese.

La spesa della Pubblica Amministrazione italiana dà conto di un crescente impegno nella digitalizzazione.

Dal 2016 al 2017 il valore degli investimenti in innovazione tecnologica (acquisti hardware e software) messi in campo dalle amministrazioni centrali è passato da 943 milioni di euro a 1.022 milioni, con previsioni al 2019 di circa 1.500 milioni. Se a questi si aggiunge la spesa per il mantenimento e la gestione operativa delle tecnologie (licenze, manutenzione e servizi) l’importo sale – sempre in previsione a tutto il 2019 – a 2,1 miliardi di euro.  Regioni e amministrazioni locali portano un ulteriore contributo di spesa complessiva (investimenti, manutenzione e servizi) pari a poco meno di un miliardo di euro nel 2019.

Inoltre, secondo l’ultima rilevazione Istat sull’ICT nelle pubbliche amministrazioni locali, per ogni 100 dipendenti sono disponibili 90,3 PC desk, mentre l’84,6% dei dipendenti ha accesso a internet. Le amministrazioni con maggiori dotazioni tecnologiche di base sono le Province, con 100,06 PC desktop per 100 dipendenti e l’89,5% dei dipendenti con accesso ad internet, seguite da Regioni e Province autonome (rispettivamente 99,33 e 88,0%). Fra i comuni la dotazione è di poco inferiore, con 87,9 PC per 100 dipendenti e l’83,8% dei dipendenti con accesso a internet.

Eppure di questo forte investimento in termini di dotazione tecnologica – ed è qui il paradosso – non se ne vedono i frutti, giacché secondo un’indagine Censis di quest’anno, la spinta verso servizi e procedure digitalizzate è percepita solo in parte dalla popolazione. Complessivamente, più di un italiano su cinque è insoddisfatto del cambiamento in atto. Gli altri quattro ritengono che il processo di digitalizzazione sia ancora troppo limitato nella sua diffusione e nella sua incisività. Soltanto il 5,7% dei cittadini ritiene che questo processo sia già maturo e che la semplificazione cercata stia effettivamente avvenendo. Gli sforzi fatti sono ritenuti del tutto insufficienti per l’8,1% della popolazione. Per il 15% circa dei cittadini i cambiamenti avvenuti sono persino fonte di ulteriori difficoltà complicando ulteriormente la vita di chi si trova a richiedere questi servizi.

Ciò deriva dalle condizioni in cui versa buona parte dell’Amministrazione pubblica sul piano delle competenze del personale nei diversi livelli dell’organizzazione, un elemento questo che rischia di vanificare questo impegno.

In un recente documento, pubblicato dal Dipartimento della Funzione Pubblica-Ufficio per l’innovazione e la digitalizzazione nell’ambito del progetto “Competenze digitali per la PA”, si sottolinea come “nel corso degli ultimi anni molti interventi programmatici sono andati nella direzione di favorire una trasformazione digitale della pubblica amministrazione, prevedendo obiettivi anche ambiziosi. Tuttavia, l’effettiva realizzazione di questa trasformazione è proceduta a rilento. Molti sono i fattori alla base di tale ritardo. Tra questi emerge l’assenza di una cultura del digitale e dell’innovazione condivisa a tutti i livelli dell’amministrazione”.

Sempre nel documento vengono riportati i dati del Rapporto sull’informatizzazione delle amministrazioni locali, pubblicato dalla Banca d’Italia nel 2017, in cui si evidenziava come “la mancanza di competenze rientra tra gli ostacoli che influiscono maggiormente sulla difficoltà manifestata dalle amministrazioni ad aumentare il ricorso alle nuove tecnologie per migliorare i servizi offerti all’utenza, al pari della mancanza di risorse e delle difficoltà organizzative”. Ma la Pubblica Amministrazione è anche lo specchio della realtà della società italiana se ancora oggi, secondo il Digital Economy & Social Index dell’Unione Europea, l’Italia continua a posizionarsi ai livelli più bassi – al pari di Romania, Bulgaria e Grecia – per quanto riguarda l’uso di internet e il possesso di competenze digitali di base e avanzate.

La mancanza di una cultura digitale diffusa si innesta, inoltre, su un quadro del capitale umano, presente nella PA, caratterizzato da elementi di forte condizionamento. Il profilo più recente del lavoro pubblico (elaborato dal Censis sulla base dei dati dell’ARAN – Agenzia per la rappresentanza Negoziale delle Pubbliche Amministrazioni) indica un’occupazione complessiva di 3 milioni e 357mila addetti. Dalla distribuzione per titolo di studio posseduto, emerge una quota del 17,7% con titolo della scuola dell’obbligo e il 44,3% con titolo di scuola superiore. Solo il 6,5% ha un’età uguale o inferiore a 34 anni, mentre più della metà del personale, il 56,4%, ha un’età uguale o superiore ai 50 anni. Fra il 2001 e il 2016, l’età media degli occupati passa da 44,2  a 50,7 anni. Il 30,9% ha un’anzianità inferiore ai 10 anni, mentre chi supera la soglia dei 30 anni di anzianità è il 16%. L’anzianità media sfiora oggi i venti anni.

Il bottleneck delle competenze digitali si sta confermando, anche in questo caso, un vincolo al pieno successo dei tanti progetti di modernizzazione della pubblica amministrazione e, per esteso, alla progressiva transizione al digitale del sistema economico e sociale.

La scarsa intenzionalità con cui il paese sta affrontando il salto di paradigma, determinato dall’avvento del digitale e la sottovalutazione della pervasività – ma anche delle opportunità – della nuova transizione tecnologica, rischia di confinare l’Italia al ruolo di follower su molti mercati internazionali. Rischia soprattutto di condizionare le performance delle imprese, allontanandole dalla frontiera della competizione sui settori a maggiore attesa di crescita dei prossimi anni.

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