L’impatto globale della transizione digitale è di difficile quantificazione nel medio e nel lungo periodo. Nei tantissimi studi che si stanno producendo in questi mesi, l’attenzione è prevalentemente concentrata intorno a due ambiti principali. Da un lato si cerca di prevedere gli effetti sul piano occupazionale e del lavoro; dall’altro, ci si impegna a individuare le chance di crescita complessiva, a livello di paese e su altre basi aggregate (paesi sviluppati, economie emergenti, ecc.) e dunque di individuare le coordinate di un futuro ormai prossimo.

Secondo il McKinsey Global Institute, il 60% delle professioni svolge attività che nel 30% dei casi sarà soggetta a sostituzione attraverso processi di automazione. L’Ocse stima invece, che solo il 9% degli occupati nei paesi aderenti all’Organizzazione è ad alto rischio di sostituzione. La Banca Mondiale afferma che i due terzi di tutti gli occupati nei paesi in via di sviluppo saranno soggetti all’automazione, mentre Roland Berger valuta un effetto di distruzione/creazione, per l’Europa Occidentale, pari a 8,3 milioni di posti di lavoro persi nell’industria e circa 10 milioni creati nel terziario entro il 2035.  

Algoritmi, interazione uomo-macchina, intelligenza artificiale, ingegneria genetica stanno mutando la scala dei valori a cui le società avanzate hanno fatto riferimento finora e stanno aprendo la strada a nuovi bisogni e a nuove soluzioni, estendendo in maniera esponenziale lo spazio esplorativo delle attività umane.

Nei suoi più recenti lavori, Yuval Noah Harari (“Homo Deus” e “21 lezioni per il XXI secolo”) ha più volte affermato che ci stiamo mettendo alle spalle un ciclo storico che ha perseguito fondamentalmente il superamento di tre grandi vincoli dell’umanità. Carenza di cibo, malattie e conflitti sono stati declassati a sfide ormai gestibili, mentre i grandi progressi della scienza e della tecnologia hanno progressivamente spostato l’attenzione su altri nuovi obiettivi.

Ma occorre essere pronti – come paese, come sistema economico e sociale e come sistema di impresa – ad affrontare nella maniera adeguata questo cambio di paradigma che riorienta le traiettorie di sviluppo tradizionali, superando le “scelte del XX secolo” fin qui adottate per contenere le conseguenze economiche e sociali dell’innovazione. Molto più che in passato, la crescita dipende oggi da fattori di competizione che coinvolgono direttamente gli Stati (ad esempio attraverso la capacità di attrarre investimenti stranieri offrendo sistemi fiscali di vantaggio per le imprese), le strutture sociali e occupazionali (competizione fra diversi livelli di capitale umano disponibile, tali da incidere sui meccanismi di retribuzione del fattore lavoro), le imprese (competizione non solo di costo, ma anche di qualità dei processi produttivi, di relazione con i mercati, di adattabilità delle organizzazioni) e dall’intreccio che questi tre livelli producono nei fatti.

Stando ai “fondamentali” dell’economia italiana in questa fase, non sembra che il nostro Paese – se si eccettuano alcuni casi di eccellenza (settore delle macchine, l’agroalimentare e varie “nicchie” riconosciute a livello mondiale) possa rientrare fra le nazioni leader dell’economia mondiale, così come è accaduto per la stagione, piuttosto concentrata a dire il vero, degli anni 60-80, anni in cui abbiamo raggiunto la sesta o la settima posizione fra le nazioni più ricche.

E se circoscriviamo la riflessione sulle attese di crescita indotta dalla digitalizzazione, non possiamo non riconoscere la persistenza di vincoli importanti che possono rallentare la transizione. Entrando più nel dettaglio, bisogna guardare in maniera critica l’attuale quadro delle politiche del lavoro, i processi formativi dedicati alla creazione di competenze alte, la propensione all’innovazione di un sistema di impresa dove prevale la piccola dimensione, l’adattamento dei sistemi formativi a modalità completamente nuove, non ancora ben codificate.

La dimensione dell’impasse in cui ci troviamo può essere articolata almeno su cinque livelli:

  • poco meno di un quarto delle forze di lavoro ha competenze digitali, l’impatto finale dell’effetto di distruzione/sostituzione di posti di lavoro difficilmente potrà essere affrontato con l’attuale quadro di intervento delle politiche passive del lavoro (vincolate dalla limitazione delle risorse finanziare disponibili) e delle politiche attive (centrate su un sistema di servizi per l’impiego che presenta livelli di criticità elevati proprio nei territori più deboli sul piano occupazionale);
  • le vacancies di professionalità ICT (intorno alle 60mila unità) possono solo in parte essere coperte dal sistema di formazione terziaria, se il totale dei laureati in discipline scientifiche con contenuti “digital” non raggiunge attualmente le 40mila unità. La base degli iscritti ai corsi di laurea coerenti con l’attuale paradigma dell’innovazione è oggi intorno alle 220mila unità con incrementi intorno al 7%, e quindi con margini di ampliamento ancora ampi; restare indietro nella formazione delle competenze più elevate, che il digitale richiede, costringe il paese e le imprese, ma anche gli individui, a una pericolosa subalternità nei confronti di sistemi che, di fatto, agiscono in maniera fortemente verticale e selettiva;
  • la già scarsa dimensione media delle imprese italiane nell’ambito del digitale tende ridursi ancora di più, dato che proprio la domanda del prodotto-servizio del digitale tende a essere diffusa, frammentata e l’offerta tende a essere diluita in un processo moltiplicativo di fasi e di contributi, e allo stesso tempo, a condensarsi in dispositivi che favoriscono l’individualizzazione e la personalizzazione;
  • personalizzazione e individualizzazione del prodotto-servizio enfatizzano la logica dell’autoapprendimento e la segmentazione dei percorsi formativi; la formazione delle competenze è, di conseguenza, difficilmente standardizzabile, ma deve adattarsi ai ritmi e ai tempi dell’innovazione continua, alla compressione dei cicli di vita dei prodotti-servizi, all’indeterminatezza dei risultati; tutto questo destruttura la programmazione tradizionale degli interventi formativi, i contenuti dell’investimento in capitale umano, la condensazione in saperi consolidati e codificati, dando al  formatore e alla filiera organizzativa che finora ha supportato l’adeguamento delle competenze un ruolo nuovo, centrale nella diffusione dell’innovazione;
  • la segmentazione dei lavori e dei lavoratori, fra chi è incluso nel pattern digitale e chi è invece a rischio di esclusione, fra chi cavalca l’innovazione e chi la subisce, apre la strada a una nuova domanda di rappresentanza che dovrà essere ricondotta a nuovi dispositivi contrattuali, a una diversa configurazione dei confini del lavoro dipendente e indipendente, a una più sfumata morfologia del rapporto fra prestazione, orario di lavoro, remunerazione, carriera, previdenza, protezione sociale.

In sostanza, l’effetto dirompente del digitale obbliga non solo a un generale ripensamento del lavoro e dei processi formativi, ma obbliga tutti i soggetti che presidiano le politiche del lavoro e le politiche industriali a “immergersi” in una realtà inedita e lontana dalle tradizionali scelte che fin qui hanno regolato i processi di innovazione, di investimento, di orientamento della crescita e di garanzia di un welfare inclusivo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *